Vagava in quel vicolo semi-illuminato come se fosse una città gigantesca. La testa gli girava, non riusciva a tenersi dritto. Com'era successo? Come aveva fatto a ridursi così?
Si appoggiava saltuariamente e goffamente con una mano all'umido muro di mattoni lottando contro i conati e la necessità di chiudere gli occhi. Se l'avesse fatto sarebbe svenuto, chissà se mai qualcuno l'avrebbe aiutato. La gente che passava di lì per tornare forse a casa o dirigersi in qualche pub nelle circostanze era del tutto indifferente e lui, un ragazzo sin troppo timido e chiuso in se stesso, non aveva nemmeno il coraggio di chiederlo, l'aiuto, se nessuno davanti ad una così evidente difficoltà glielo porgeva spontaneamente.
Ma forse erano spaventati, riusciva a pensare. E tornava ad appoggiarsi con la schiena al muro, alzando la testa al cielo nel tentativo di ingurgitare meglio dell'aria.
Non sapeva come fosse arrivato a quel punto, non l'aveva mai fatto, non gli era mai piaciuto bere.
Scoppiò a piangere. Senza volerlo, senza aspettarselo.
In quel preciso istante passava una ragazza. Testa bassa, passo veloce, non guardava niente e nessuno, aveva dei libri sotto al braccio. Ma lo notò, notò quel ragazzo ubriaco che piangeva.
Lui, con la testa che gli girava, solo se si fissava su un punto riusciva a non traballare per qualche istante. E così gli caddero gli occhi su quell'unico sguardo che lo aveva notato.
Erano occhi dolci, malinconici, che avevano sofferto ma che nel frattempo regalavano conforto a chiunque li guardasse.
Qualcosa lo scosse, riuscì a tenersi fermo per quei pochi attimi in cui la ragazza rallentò il passo, indecisa sul da farsi.
Era strano, era quasi come se si fosse guardato dentro.
La ragazza si avvicinò, un po' restia ma curiosa. Gli sfiorò la mano. Poi, spaventata, fuggì.
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